Mi
sono subito reso conto che non sarei mai stato in grado di
raccontare perché esistono delle persone transessuali,
o che cosa vuol dire. Così come
nei miei lavori di guerra non ho mai pensato di poter veramente
capire e spiegare perché in un paese come l’Afghanistan
c’era una guerra da venticinque anni, che poi oggi sono
diventati trenta. Ci sono sempre delle ragioni, tantissime,
spesso contraddittorie, e per capirle bisogna inevitabilmente
scegliere un punto di vista, che spesso sfuoca gli esseri
umani. Invece mi interessano le persone e i loro conflitti,
che sono poi le loro storie, le loro vite.
Quindi
il mio sforzo è sempre quello di adottare un punto
di vista il più possibile vicino a quello del personaggio
che vorrei conoscere e raccontare. E dico personaggio proprio
perché questo è quello che accade nel cinema
di finzione. Per il documentario invece ci vuole tempo, tanto
tempo. E’ il suo fascino. E quando qualcuno non coinvolto
in un racconto mi spiega qualcosa, non mi convince, soprattutto
se quel qualcosa è una grande sofferenza.
Se il documentario è un genere, in questo senso credo
allora di aver fatto un documentario che è transgender
lui stesso. Tra il documentario e la finzione appunto. Per
come ho cercato di raccontare la storia da una prospettiva
interna al racconto stesso, per la struttura in flashback,
forse anche per lo stile, insomma per tutte le scelte che
ho fatto. Anche quella di girare per quattro anni da solo.
Sarebbe stato impossibile o diverso avere una troupe. Nicole
sarebbe stata diversa, io sarei stato diverso, e quindi anche
il racconto.
Dunque
più che di regia, che implica un concetto di direzione
di qualcosa, parlerei forse di identificazione. Un tentativo
di identificazione con Nicole impegnata nella realizzazione
della sua identità. Sembra un gioco di parole, ma credo
che questo sia il senso ultimo del film. Realismo, finzione,
il carnevale e le maschere, il teatro e i suoi travestimenti,
il tribunale e le perizie, la cosmetica, infine la stessa
operazione che chirurgicamente rettifica un’anatomia
per adeguarsi ad un’identità. Privilegiando le
emozioni, perché è anche una storia d’amore
infondo. Un’amore invocato fin dall’inizio, e
negato finanche dalla propria madre. Un’amore che non
può esistere senza una condivisione, senza il riconoscimento
di quella identità.
L’identità
appunto. Un gioco di specchi che vorrei rivelasse al centro
delle sue labirintiche riflessioni una persona. Come tutte
le altre. Come tutti noi.